L’ora del diavolo

PIENO

“Non capisce? Allora ascolti”.

 

Chi è il diavolo? Il diavolo non esiste.

Non capisce? Allora ascolti. 

L’anima vive perché è perpetuamente tentata.

Tutto vive perché si oppone a qualcosa.

La musica, il chiaro di luna e i sogni sono le mie armi magiche.

La mia musica non è solo quella che si suona ma quella eternamente da suonare.

Il mio chiaro di luna è ciò che nasconde. 

I sogni sono come sono. Nei sogni noi siamo come siamo. Nei sogni solo siamo naturali e autentici.

Il vero sognatore non si sveglia. Io non mi sono mai svegliato. 

Mi chiede chi sono? Quante volte mi ha sognato? 

Non sono forse io l’uomo perfetto, l’amante inesauribile, l’oscuro segreto? 

Sono il tentatore che non ha bisogno di tentare.

Non ho forma, materia o colore. Neanche io sono mai simile a me stesso, questo è il mio vizio e la mia virtù.

So cosa prova. So cosa significa desiderare e non poter avere, sognare ciò che non può esistere. Sono l’oblio di tutti i doveri, l’esitazione di tutti i propositi. Di questo è costituito il mio regno nullo e lì sta vacante il trono che non mi fu mai dato.

Sono la meta degli sguardi dei tristi e dei delusi.

Sono la verità che parla con l’inganno.

Corrompo ma illumino.

Sono lo spirito che contraria.

Contrario le idee affinché esse ci abbandonino e si possa andare nel mondo. 

Sono il solenne musicista di tutti i silenzi. 

Le aspirazioni vaghe, i desideri futili, la noia del quotidiano, anche quando la amiamo, sono opera mia. 

 In verità io non esisto.

Sono un vuoto nei vuoti.

Sono il dio dell’immaginazione perduto perché non creo. 

 

Rielaborazione personale del testo di F. Pessoa: “L’ora del diavolo”. 

V. G

 

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Una sola tradizione abbiamo in famiglia: la colazione di Pasqua la facciamo insieme.

PIENO

Una sola tradizione abbiamo in famiglia: la colazione di Pasqua la facciamo insieme. Non siamo numerosi. La tavola conta solo me e mia madre… ma perché, c’è altro?
Due persone… un piccolo gruppo direte. Esclusivo direi io. Piccolo e segreto come solo i gruppi migliori sono.
Divertente, spigliata, sempre a suo agio e con la parola pronta lei, e piccola, forte, curiosa e con le storie sempre per la testa io.
Era il tavolo della cucina a riunirci la sera del sabato prima di Pasqua. Mentre lei, indaffarata, cucinava canticchiando e agitandosi (perché quello proprio ballare non è) sulla musica della radio, io assaggiavo, il migliore dei compiti che si possa avere in una cucina.
Piani bianchi, quelli del nostro mobilio, ma presto colorati da nascenti pastiere ricche di canditi e nuove e sperimentali pastiere di cioccolata.
Eppure non c’erano solo i dolci a dare vita a quella cucina.

Eravamo noi i colori.

Stavamo lì, attorno a quel tavolo, fino a notte tardi; tavolo che ci vedeva riunite solo in quelle occasioni, perché noi eravamo tipe da divano ed era lì che consumavamo i nostri pasti e i nostri momenti migliori.
Il fumo del forno, quello dei dolci, i colori delle preparazioni e dei nostri sorrisi erano la migliore premessa per la mattina successiva.
A notte fonda ci salutavamo.
La mattina non ci pesava affatto alzarci presto.
Con la tavola, nella sala da pranzo, elegantemente apparecchiata con la stoffa blu e il Ginori, il servizio di piatti preferito di mia madre, noi mangiavamo, insieme, la nostra colazione di Pasqua.
Salame, pastiera, torta di Pasqua e uovo di cioccolato Kinder (perché ce n’è un altro?) e le pastiere, perché finisce che ne mangi due se non sai qual è la migliore e poi fai la classifica e quando non sei d’accordo, ed è l’unica volta che lo speri, sorridi, perché sai che sulla tavola, delle mattine di Pasqua degli anni che verranno, ne troverai sempre due: canditi e cioccolato.
Canditi e cioccolato.
Due opzioni, due varianti; due persone.
Due.
Ma il tempo passa e le stesse bellissime parole, capaci di costruire quei mondi fantastici, sanno anche costruire la distanza, la diffidenza, perfino in un piccolo gruppo.
E accade che il non essere d’accordo su quale dolce sia il migliore diventi un pretesto, il pretesto, per notare quelle differenze e allontanarsi.
E quel gruppo, perfetto, essenziale, si incrina, implode, si rompe.
Passano gli anni e quel ricordo di me e mia madre diventa, ogni giorno, sempre più, passato finché non diventerà un passato remoto.
Eppure quel ricordo, quell’immagine di me e mia madre, nella sala da pranzo, attorno alla tavola apparecchiata con la tovaglia blu, che mangiamo sul servizio del Ginori è lì, sospeso, incorruttibile. Protetto dalle parole, perché le litigate, le incomprensioni e i fraintendimenti non lo raggiungano mai.
Ma è un ricordo.
Quest’anno la pastiera di Pasqua la preparerò io.
Ne preparo una, quella di cioccolato.
Non so se mi riuscirà… È difficile? Nemmeno ci ho pensato quando ho comprato tutti quegli ingredienti strani per me che se cuocio un uovo mi sento Carlo Cracco.
Comunque mi sveglierò presto. Apparecchierò la tavola con la mia tovaglia preferita, quella d’oro, e metterò il servizio di piatti bianco, quello con il bordo dorato che ho comprato a Conforama, quando sono stata felice.
Metterò il salame, la torta di Pasqua con l’uovo Kinder e la pastiera di cioccolato e mi siederò a tavola.

V.G

 

La grande fabbrica delle parole

PIENO

La grande fabbrica della parole, edita da Terre di mezzo editore, è una storia di una famosa autrice francese, Agnès de Lestrade, e una delle principali illustratrici contemporanee, Valeria Docampo.

Una favola ambientata in un paese dove le persone parlano poco.

Nella grande fabbrica per pronunciare le parole bisogna comprarle e inghiottirle. Le parole importanti costano molto e così il povero Philèas, innamorato della bella Cybelle, si scontrerà con l’altro pretendente, il ricchissimo Oscar.

Leggendo questo piccolo libricino, che ho trovato delizioso, non posso che chiedermi quali siano le parole importanti, quelle per cui svuotare il proprio salvadanaio e per cui tuffarsi nell’immondizia tra fichi secchi e carabettole.

Forse, come per Philèas, il piccolo protagonista, la parola più importante è: “Ti amo” che va cercata, comprata e inghiottita. Tanto importante da essere costosa e poco accessibile. Nella sua ricerca infatti il piccolo e povero Philèas ne trova altre di parole, parole meno esose, termini curiosi da usare per una dichiarazione d’amore come: “ciliegia, polvere e seggiola”. Parole che userà per conquistare la bella Cybelle, sorda all’amore e alle profuse promesse dello spavaldo e ricco Oscar.

Ma noi, quelle parole così povere, le avremmo usate?

 

V.G